Stefano Mazzoni

Vorrei iniziare dalla costruzione dell’immagine. Nel tuo studio è evidente il lavoro preparatorio, dai bozzetti,

studi e disegni appesi alle pareti. Sono evidenti i tentativi, gli esperimenti, le verifiche a cui sottoponi l’architettura

dell’immagine. Mi piacerebbe discutere di come sviluppi un’idea, di come cresce attraverso questo lavoro corpo a

corpo con la carta…

La carta rappresenta per me la partenza. E’ il mezzo più semplice su cui si può sperimentare e, perché no, fantasticare.

Di Dürer apprezzo molto più i disegni che i lavori finiti. Li giudico più freschi e genuini. Sono sempre stato

affascinato dai cartoni del Cinquecento e, tanto per restare sulla carta, vedo nascere lavori fantastici come graphic

novel o tavole straordinarie che solo adesso iniziano a farsi apprezzare in – ancora poche – gallerie d’arte.

Da un lato c’è la costruzione formale-architettonica della figura, dall’altro affianchi una ricerca iconografica e simbolica.

Quali sono i riferimenti e le fonti che costituiscono il tuo immaginario?

Il disegno l’ho inseguito da solo. Frequentavo l’Accademia e lì non facevano altro che spingerti a fare macchie

o installazioni. Ho visto ottimi disegnatori scappare dall’Accademia proprio per questo motivo. Per quanto

riguarda la simbologia, mi piace cercare di comunicare semplicemente ciò che mi sembra affine al mio spirito.

Ho disegnato una Madonna bianca fashion con occhialoni trendy che aveva in mano un bambino adottato. Per

me è l’adozione di un essere umano, prima dell’adozione della scrittura, uno dei gesti che significano l’inizio

della civilizzazione. Ho disegnato una testa di elefante che sostituisce la testa di San Tommaso e questo elefante

inserisce la sua proboscide dentro il costato di voi-sapete-chi per rappresentare l’unione tra le religioni. Non esiste,

a mio dire, una religione più giusta di un’altra. E spero che le generazioni future credano meno nelle religioni e

di più nell’uomo.

Che rapporto hai con lo spazio bianco del foglio o della tela? Se l’estetica orientale ha fatto della forma accennata

attorno al vuoto un espediente di elevazione spirituale, si direbbe che le tue opere siano costantemente ancorate

alla terra come lasciano intendere le macchie di colore e di caffé che vi sovrapponi…

Il caffé rappresenta, come la carta, il materiale più povero e immediato con cui comunicare. Mi piace l’idea di non

infilarmi in un colorificio e spendere soldi per del materiale che non mi rappresenta. Mi piace invece l’idea di utilizzare

del materiale che ogni giorno centinaia di persone buttano via pensando che non possa servire a nient’altro

che ad essere bevuto. Mi piace l’idea di dare a quel materiale una seconda vita. Forse – ma dico forse – più preziosa

della prima.

L’attenzione al corpo e alle sue seduzioni è al centro di molti dei tuoi lavori ed è evidente che si esprima più compiutamente

nelle linee di uno stile che si avvicina più al disegno che alla pittura. Quale diverso livello di sensualità

si esprime attraverso i due diversi mezzi espressivi?

Il disegno rappresenta la parte più concentrata del lavoro, anche se spesso il gesto casuale è quello più sincero. Mentre

invece se si parla di pittura – o almeno di lanciare il pennello sporco di caffé: bene, questa è la parte prettamente

istintiva, grezza, sporca, ma anche plastica … o almeno ci si prova.

Uno dei tuoi temi preferiti sembra la celebrazione di eroi sconfitti dalla storia, sia questa autentica o immaginaria.

Hai dedicato una serie di lavori a superoi malati e decadenti e una delle tue ultime grandi opere è allo scienziato

visionario Nikla Tesla. Che possibilità ha l’arte di riscattare un destino o modificare la percezione della realtà?

L’eroe nei miei disegni inizialmente era una persona normale, mi piaceva l’idea che ognuno di noi avesse dei suoi eroi.

E non erano di sicuro con quei vestiti da eroi americani, ma il contrasto nell’immaginario della persona normale

anziano-giovane-pensionato-giocatore di bocce … mi piaceva e allora ho vestito loro per primi … così. Ma poi,

leggendo e rileggendo alcuni libri (non libri di scuola), mi sono imbattuto in personaggi che hanno contribuito a

migliorare questo mondo, come ad esempio Nikola Tesla. Si può dire che il settanta per cento di quello che abbiamo

intorno (parlo di invenzioni di cui ogni giorno facciamo uso) lo dobbiamo a lui o ad altri personaggi che la storia

sta dimenticando. Perché il “sistema” è questo: loda un genio che crea apparati di energia dannosi ma profittevoli

e lo spaccia come persona da cui attingere saggezza. Dimenticando i geni reali che creano sistemi di energia totalmente

gratuiti.

 

STEFANO MAZZONI